“Ebbene, non essendo il ……………. assegnato al servizio oggetto di affidamento a Ecoross srl, non è applicabile nei suoi confronti l'invocato art. 6 del ccnl allegato agli atti, che, ai fini del passaggio alle dipendenze della società subentrante, richiede che il lavoratore risulti in forza presso l'azienda cessante in via ordinaria allo specifico appalto/affidamento nel periodo di 240 gg precedenti l'inizio della nuova gestione. (Corte di Appello di Catanzaro – Sez. Lav., sentenza n. 843/2020, pubblicata il 22.12.2020, Giudice Presidente Relatore Dr. Gabriella Portale).

 

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“… Si ritiene invece che il trasferimento in questione abbia determinato un demansionamento illegittimo ai danni del ricorrente, non avendo Poste Italiane fornito la prova dell'esatto adempimento e, quindi, dell'equivalenza delle mansioni attribuite in qualità di responsabile dell'ufficio postale di Cotronei rispetto a quelle precedentemente svolte quale addetto allo staff del responsabile di filiale.

 Di contro, in tema di esercizio dello "ius variandi" nell'ambito del rapporto di lavoro subordinato, qualora il lavoratore alleghi un demansionamento professionale riconducibile ad un inesatto adempimento dell'obbligo posto dall'art. 2103 c.c. a carico del datore di lavoro, è su quest'ultimo che incombe l'onere di provare l'esatto adempimento (cfr. Cass. 26477/2018), dimostrando quindi l'equivalenza delle mansioni assegnate in seguito al trasferimento. Né, contrariamente a quanto dedotto da Poste, l'equivalenza poteva intendersi in modo meramente formale atteso che, al contrario, l'art. 2103 cod. civ., condiziona la legittimità dello "ius variandi" operato dal datore di lavoro, da un punto di vista oggettivo, all’inclusione delle nuove mansioni nella stessa area professionale e salariale di quelle iniziali e, sotto il profilo soggettivo, all’affinità professionale delle mansioni, nel senso che le nuove mansioni devono quanto meno armonizzarsi con le capacità professionali acquisite dall'interessato durante il rapporto di lavoro, consentendo ulteriori affinamenti e sviluppi. Ciò detto, una volta che risultino rispettate siffatte condizioni, l'esercizio dello "ius variandi" e del riclassamento non richiede l'identità delle mansioni, né esso è impedito dalla circostanza che le nuove mansioni debbano essere svolte in un diverso settore della complessa organizzazione aziendale e soggiacere ad una organizzazione del lavoro concepita con modalità diverse rispetto a quella che caratterizzava le precedenti mansioni (Cass. sez. lav., 15.2.2003 n. 2328 e Cass. 13714/2015).

 Nel caso di specie Poste Italiane, pur contestando che il ricorrente fosse stato privato della possibilità di esercizio delle competenze organizzative e di coordinamento del personale acquisite in precedenza nel coordinamento delle attività di formazione, oltre che dell’attività di tutela della sicurezza sul lavoro e, comunque, nell’ambito di specifici progetti, non ha dimostrato che la gestione del personale effettuata presso l'ufficio di Cotronei potesse richiedere l'esercizio di una professionalità affine a quella espressa presso lo staff del responsabile di filiale, suscettibile di ulteriori sviluppi professionali” (Tribunale di Crotone – Sez. Lav., sentenza n. 853/2020, pubblicata il 10.12.2020 – Giudice dott.ssa Caterina Neri).

 

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“Tanto conforta, innanzitutto, l’assoluta infondatezza dell’eccezione sollevata dall’Inps circa il difetto di giurisdizione dell’AGO adita, trattandosi di controversia previdenziale di competenza del giudice del lavoro ai sensi dell’art. 442 c.p.c. Non solo, in tema di riparto dell’onere della prova, trattandosi di credito preteso dall’Inps (contributi previdenziali per i lavoratori illecitamente somministrati) l’offerta della prova dei fatti costituivi del diritto di credito in esame grava sull’istituto che si afferma creditore, anche in questo giudizio teso all’accertamento negativo del debito contributivo. Ciò puntualizzato occorre concludere per l’insussistenza di una ipotesi di somministrazione illecita posta a fondamento del credito previdenziale in esame. Ed infatti, alcuna prova in questo giudizio è stata fornita dall’Inps della fattispecie ritenuta sussistente in sede di controllo ispettivo sebbene fosse a ciò tenuto. In concreto la parte resistente si è limitata a fare espresso rimando alle risultanze ispettive producendo il verbale di accertamento ispettivo eseguito nei confronti della ditta ricorrente ed a formulare capitoli di prova tesi a confermare le circostanze acclarate in sede ispettiva. Ebbene, il verbale di accertamento ispettivo da solo non può costituire una sufficiente prova dei fatti costitutivi del vantato diritto di credito previdenziale per consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità. Ciò posto deve ritenersi non adeguatamente provata l’ipotesi ritenuta sussistente in sede ispettiva di una somministrazione illecita di manodopera e, di conseguenza, la sussistenza dei crediti previdenziali pretesi ed il connesso obbligo a carico della parte ricorrente, mancando in questa sede processuale la prova di tutti i tratti connotativi. In concreto, sebbene debba darsi atto delle risultanze ispettive e della loro generale portata probatoria, in questo giudizio non è stata offerta la prova del credito vantato dall’Inps, non potendo riconoscere al solo verbale ispettivo prodotto dalle parti efficacia probatoria del credito contributivo per cui è causa. Risulta omessa l’offerta della prova dello stesso fenomeno interpositorio accertato in sede ispettiva”. (Tribunale di Castrovillari – sez. lav. sentenza n. 1492/2020, pubblicata il 09.10.2020, Giudice del Lavoro dott. Salvatore Franco Santoro).

 

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“In particolar modo l’Inps ha omesso l’offerta della prova delle condizioni soggettive ed oggettive per l’insorgenza dell’obbligo a carico della parte ricorrente di versamento di contributi presso la gestione commercianti.

 Risulta omessa la prova da parte dell’istituto resistente a ciò tenuto in ragione della posizione sostanziale assunta nel presente giudizio dell’an del debito contributivo in esame.

 A tal proposito, infatti, va puntualizzato, che nell’intrapreso giudizio oppositivo l’onere della prova dell’an dei crediti previdenziali risulta gravare sull’ente che si assume creditore, considerata la sua posizione di convenuto solo in senso formale in questo tipo di giudizio e la sua qualità di attore in senso sostanziale, analogamente a quanto avviene per il giudizio oppositivo all’ingiunzione di pagamento ai sensi degli artt. 633 e segg. c.p.c., cui la giurisprudenza di legittimità equipara per analogia il giudizio di opposizione4.

 Ebbene, alla luce di tali premesse, deve ritenersi non provata dalla parte resistente Inps la fondatezza delle pretese contributive per cui è causa.

 Deve, infatti, ritenersi imprescindibile l’accertamento della necessaria coesistenza delle condizioni e dei presupposti legislativi di cui all’art. 1, comma 203 L. n. 662/1996 per poter ritenere obbligatoria l’iscrizione nella gestione commercianti anche di un socio amministratore unico di società a responsabilità limitata, come per il caso di specie e, di conseguenza, per poter ritenere effettivamente dovuti i contributi da questi pretesi6. 

In mancanza di prove della ricorrenza dei requisiti di legge in capo alla parte ricorrente e, soprattutto, attesa l’impossibilità di desumere detti elementi dalle produzioni di parte resistente, considerata l’irrilevanza della visura camerale della società in esame e della sua iscrizione nel registro delle imprese, in quanto non funzionali, da sole, a provare anche la partecipazione personale e prevalente del ricorrente al lavoro aziendale, occorre affermare la fondatezza delle domande azionate dalla parte ricorrente7.

In concreto manca la prova necessaria dell’abitualità e della prevalenza della personale prestazione lavorativa del ricorrente per la società di cui è amministratore unico per i periodi in contesa che la parte resistente aveva l’onere di fornire8.

 Deve essere affermata, di conseguenza, l’insussistenza delle pretese previdenziali azionate dalla parte resistente”. (Tribunale di Castrovillari – Sez. Lav., Giudice Dott. Salvatore Franco Santoro, Sentenza n. 1844/2020, pubblicata il 13.11.2020).

 

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“… a prescindere dal rilievo che assume la circostanza che il pagamento delle retribuzioni globali di fatto maturate dal giorno del licenziamento all'effettiva reintegrazione, stabilito dall'ordinanza resa dal Tribunale di Castrovillari, il 23.6.2016, non è equiparabile, quanto a conseguenze esecutive, al pagamento della retribuzione, ma rappresenta appunto una indennità risarcitoria, predeterminata normativamente (cfr. art. 18, L. 300/1970), dal che deriva l'inconferenza del principio evocato dal lavoratore in merito alle ritenute, afferendo alla diversa ipotesi di liquidazione dei crediti pecuniari del lavoratore per differenze retributive […] in una recente sentenza delle S.U. della Suprema Corte e, precisamente: "Alla luce del nuovo testo dell'art. 18, le somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado che abbia dichiarato illegittimo il licenziamento ed ordinato la reintegra del lavoratore, costituiscono (in assenza di ottemperanza alla decisione di primo grado) non più retribuzioni, ma risarcimento del danno ingiusto subito dal lavoratore per l'illegittima risoluzione del rapporto di lavoro" (Corte Cass. S.U. sentenza n. 2990/2018) …” (Tribunale di Castrovillari  - Sez. Lav., sentenza n. 1000/2020, pubblicata il 07.07.2020, Giudice del lavoro, dott.ssa Anna Caputo).

 

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"Il carattere contingibile ed urgente dell’ordinanza di affidamento temporaneo del servizio di RSU, emanata dal Sindaco nella sua qualità di organo avente extra ordinem, in ragione della recipua esigenza di scongiurare il gravissimo pericolo per la salute e l’igiene pubblica scaturente dalla mancata raccolta dei rifiuti e tale, quindi, da escludere, o, meglio, da sospendere l’applicazione dell’art. 6 CCNL settore “Igiene Ambientale” (Tribunale di Rossano (collegiale), sez. lavoro, ordinanza emessa in data 11.01.2011, Giudice rel. est. dr. G. Labonia).

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